Intervento d’Aula sul porto e possesso di armi

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Oggetto 7128 – Risoluzione per impegnare la Giunta ad agire in tutte le sedi per manifestare la ferma e assoluta contrarietà al favore manifestato dal Governo nazionale nel recepimento della direttiva (UE) 2017/853, nonché, all’assoggettamento degli interessi pubblici alle istanze della lobby pro-armi.

Presidente, Colleghi!

Leggendo la risoluzione presentata dal collega Sassi mi sono subito fatto prendere dall’entusiasmo e, da ufficiale di artiglieria in congedo, ho pensato che grazie a Salvini avrei finalmente potuto mettere un bell’obice 155/23 a traino meccanico in giardino!

Sono quindi corso a leggere il decreto legislativo 104/2018 e sono rimasto amaramente deluso… non solo non posso comprare il mio bel pezzo d’artiglieria, ma ho potuto riscontrare che le mie possibilità di detenere armi sportive e da collezione si sono in realtà ulteriormente ridotte.

Sono andato quindi a rivedere i quotidiani del mese di maggio e ho trovato in data 11 maggio 2018 un articolo di Alessanda Ziniti su “la Repubblica” che titolava “Stretta sull’acquisto delle armi: obbligatoria la tracciabilità e il divieto di camuffarle”.

Arriva Salvini ed i titoli diventano “Vince la super lobby. Più facile possedere un’arma da guerra”. Ovviamente la direttiva europea è la stessa, e come ben sappiamo ad uno stato è concesso solo di porre limitazioni ulteriori, non certamente di ampliare quelli che sono i confini dettati della direttiva stessa.

Non sorprende di certo che un giornale punti al sensazionalismo per aumentare le tirature o che l’immancabile Saviano si strappi le vesti su Facebook, nell’attesa di essere profumatamente pagato come opinionista in questo o nell’altro Talk-show.

Ciò che invece stupisce è che alcuni colleghi presentino una risoluzione, evidentemente basata su quei titoli o su quei post, senza minimamente aver letto il decreto legislativo incriminato, almeno così mi auguro, perché diversamente significherebbe che non l’hanno capito o, peggio, stiano diffondendo Fake News.

Utilizzerò i 10 minuti dell’intervento per commentare i punti salienti del d.lgs 104/2018, consigliando a chi vuole approfondire il tema, in alternativa ai soliti strilloni, di iniziare leggendo il tulps del 1935, il suo regolamento di attuazione del 1940, la legge 110/75, la 81/82, la 157/92, tutte le circolari applicative e le modificazioni delle precedenti, specialmente dal 2010 ad oggi, ad iniziare dal d.lgs. 204/2010.

L’obbligo di avviso ai famigliari conviventi

L’obbligo di avvisare familiari o conviventi è stato introdotto nel nostro ordinamento da un leghista, l’on. Maroni, Ministro dell’Interno del IV Governo Berlusconi con il Decreto Legislativo 26 ottobre 2010 n. 204 che all’articolo 3, comma 10, andava a modificare il regio decreto 18 giugno 1931, n. 773.

Dopo sette anni dall’entrata in vigore di tale provvedimento (1° luglio 2011) la norma è ancora disapplicata per la mancanza di un regolamento applicativo che definisca quali debbano essere le modalità di comunicazione.

Con buona pace di Saviano e degli estensori di questo documento, la sinistra, in sei anni di governo, non ha saputo scrivere quelle 10 righe.

La questione era talmente importante, talmente fondamentale per evitare i femminicidi invocati da Saviano, che in sette anni nessuno si è mosso. Finalmente il ministero Minniti, scuotendosi dal torpore a fine mandato, aveva proposto niente di meno che… di ricorrere a un’autocertificazione! Una misura pro-forma per accontentare i fanatici della burocrazia.

Cioè, in pratica, la questione veniva risolta chiedendo semplicemente al titolare del porto d’armi d’autocertificare d’aver avvisato coniuge o compagna.

Chiaramente, se uno vuole ammazzare la moglie, sarà terrorizzato all’idea di autocertificare il falso e mai chiederà il porto d’armi a sua insaputa. Logico, no?

Da quanto esposto appare evidente che la norma prevista nella bozza Gentiloni non solo era assolutamente inutile per prevenire un femminicidio, ma era anche una vera e propria presa in giro.

Salvini ha quindi stralciato questa norma ripristinando lo status quo, ovvero ritornando alla necessità di scrivere un regolamento applicativo che mi auguro venga presto emanato.

Armi da guerra

Nessun tipo di arma da guerra può essere acquistato da civili, ed è così dal 1975. Le armi demilitarizzate (categoria A6) non sono armi da guerra e le armi semiautomatiche che assomigliano ad armi automatiche (categoria B9) lo sono ancor meno, a meno che qualcuno creda che la “somiglianza” nelle forme possa accomunarsi alla funzionalità.

Definizione di “tiratore sportivo”

La definizione di “tiratore sportivo” non è stata ampliata e non sarebbe stato in alcun modo possibile dato che viene introdotta da questo decreto.

Modifiche su acquisto e possesso di armi

È sbagliato dire che sia più semplice acquistare armi da fuoco. Le uniche modifiche su acquisto e possesso di armi sono delle limitazioni introdotte per cui dal 14 settembre solo i “tiratori sportivi”, come definiti dalla legge, potranno acquistare e detenere armi di categoria A6 (armi demilitarizzate, cioè armi originariamente automatiche che sono state trasformate irreversibilmente in armi semiautomatiche e quindi a tutti gli effetti civili) e A7 (armi con un caricatore di capienza superiore a 10 colpi se lunghe, o a 20 colpi se corte).

in realtà quindi sono state introdotte gravi restrizioni con deroghe limitate e ancora poco chiare a livello attuativo, non aperture o semplificazioni.

Armi sportive detenibili

È parzialmente vero, invece, che è stato aumentato il numero di armi sportive detenibili. Dico parzialmente perché già prima era di fatto possibile possedere più di 6 armi da tiro sobbarcandosi l’onere di richiedere la speciale licenza di collezione per armi comuni e sportive grazie alla quale registrate le armi in eccesso come armi “da collezione”. quando il tiratore intendeva utilizzare una di queste ultime era sufficiente trasferire un’arma utilizzata per il tiro fra quelle da collezione ed inserire un’arma precedentemente classificata “da collezione” fra quelle destinate al tiro.

Ovviamente ognuno di questi passaggi di classificazione andava notificato alle forze dell’ordine, quindi l’unica conseguenza di questa norma è che si intaseranno un pochino meno di cartaccia inutile i commissariati e le questure, perché gli appassionati non dovranno più passare alternativamente dalla denuncia alla licenza di collezione le armi eccedenti le 6 sportive, per poterle utilizzare nell’attività agonistica.

Mi preme sottolineare senza alcuna differenza negli indispensabili requisiti per l’acquisto, la detenzione e la custodia, perché i requisiti necessari ad acquistare una sola arma (sportiva o meno) o ad acquistarne 6 o ad acquistarne 12 sono i medesimi, e non sono cambiati.

La follia del Kalashnikov o dell’AR-15

Voglio chiarire ai colleghi, che evidentemente non hanno dimestichezza con le armi da fuoco, che il famigerato AR15 automatico delle citate stragi negli USA, non è un fucile semiautomatico, ma è un’arma da guerra esattamente come l’AK-47 automatico, e come l’AK-47 non può essere venduto in Italia a civili da “soli” quarant’anni, ovvero dall’entrata in vigore della legge 110/75.

Quella che invece viene già venduta in Italia è, per l’appunto, la versione semiautomatica di queste armi, ovvero una versione di queste armi che può sparare solo a colpo singolo e non a raffica. Non solo i requisiti necessari per l’acquisto delle armi non sono minimamente cambiati ma, anzi, a chi dal 13 giugno 2017 intende acquistare un’arma “somigliante” a un Kalashnikov, sono richiesti ulteriori adempimenti rispetto al passato. Se vi foste preoccupati di leggere il testo del decreto in Gazzetta ufficiale, anziché accontentarvi di quanto scrivono i quotidiani, avreste scoperto all’articolo 13 che le cose stanno proprio come vi sto dicendo!

Denuncia via PEC

La denuncia delle armi via PEC (che molti giornali hanno minimizzato come una “dichiarazione via email”) era già stata introdotta dal 2010. Oggi è stata solamente prevista la possibilità di inviarla direttamente a commissariati e stazioni dei carabinieri invece che alle sole Questure (che prima dovevano a loro volta girarle a commissariati o ai carabinieri).

Oltretutto, lo stesso decreto prevede la creazione di una banca dati tutta nuova, centralizzata, con lo scopo di rendere ulteriormente efficienti i sistemi di tracciatura che, in Italia, già sono i più rigorosi d’Europa.

Venendo poi al vicepremier Salvini ed ai suoi fantomatici accordi con l’altrettanto fantomatica lobby delle armi, non mi resta che fare una semplice considerazione dopo aver letto il d.lgs 104/2018: o si tratta di pura invenzione complottistica, altrettanto verosimile “all’invasione degli ultracorpi”, o Salvini non ha capito proprio di cosa gli abbiano parlato. Sbaglierò, ma ritengo che la prima ipotesi sia la più accreditata.

Per quanto riguarda, poi, l’insigne Presidente dell’Osservatorio permanente sulle armi leggere di Brescia, permettetemi la battuta… è come se affidassimo ad un “vegano” l’incarico di commentare una grigliata a base di angus!

Andiamo quindi nello specifico del decreto onde dimostrarvi come in realtà penalizzi e non avvantaggi gli appassionati del settore:

– le licenze sportive e di caccia dovranno essere rinnovate ogni 5 anni, e non più ogni 6 come accadeva prima (tale disposizione non era affatto prevista dalla direttiva europea);

– è fatto obbligo di presentare ogni 5 anni una certificazione medica dalla quale risulti che il richiedente non è affetto da malattie mentali oppure da vizi che ne diminuiscano, anche temporaneamente, la capacità di intendere o volere;

– è fatto divieto di spedire armi fra privati e viene fatto obbligo al privato che intende acquistare armi per corrispondenza di poterle ritirare esclusivamente presso un titolare di licenza per l’esercizio del commercio di armi comuni da sparo (fino ad oggi le potevi ricevere a casa!);

– il divieto di utilizzare le armi della categoria B9 per la caccia, in realtà ne limita il numero detenibile, in quanto non c’è limitazione numerica per le armi da caccia, invece è fissato in 3 quello per la categoria B9, altrettanto è stato introdotto un limite massimo di cartucce acquistabili annualmente (il tutto non richiesto dalla direttiva europea da recepire, alla faccia dell’uniformità nel trattamento degli onesti cittadini italiani, visto che i delinquenti non perdono tempo a denunciare armi e munizioni).

Potrei continuare, ma per mancanza di tempo mi avvio alla conclusione, evidenziando come, anche grazie alle nuove attribuzioni ricevute tramite la legge regionale sull’editoria, il Corecom probabilmente potrebbe insignire questa risoluzione di un premio quale migliore Fake News dell’anno.

Grazie!

L’economia italiana è in stallo dall’inizio del 2018 e ancora non mostra segnali significativi di ripresa», scrive la Commissione nelle previsioni economiche d’autunno, che lascia invariata rispetto all’estate la stima sul Pil 2019 (+0,1%) e taglia invece quella sul Pil 2020 (da +0,7% a +0,4%).

Nel 2020 dovrebbe esserci una «modesta» ripresa della crescita, «grazie a domanda esterna e spesa delle famiglie, che però è attenuata dal mercato del lavoro in deterioramento».  Così con un Pil che sale di 0,1% nel 2019 e di 0,4% nel 2020, l’Italia resta ultima per crescita nella Ue in entrambi gli anni.

La Commissione dell’Unione europea esprime poi dubbi sul gettito delle misure antievasione previsto dal Governo nella manovra 2020.

Peggiorano le dinamiche del debito pubblico italiano, previsto dalla Commissione al 136,2% sul Pil nel 2019, 136,8% nel 2020 e 137,4% nel 2021.

Per affrontare la crisi e rilanciare l’economia servono stabilità ed un disegno di prospettiva che possa garantire un fisco più leggero, una riduzione del costo del lavoro, più semplificazione e un maggiore accesso al credito, tutti elementi che mancano a questo Governo che si affermare viva “alla giornata”.

In questo contesto il Governo ha previsto nella manovra economica (DPEF 2020) di inserire la Plastic tax, e considerando che Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna da sole valgono quasi il 60% dell’industria nazionale della trasformazione di plastica, significa che il 60% della plastic tax finirà per gravare maggiormente proprio sulle regioni che tenacemente trainano il Pil del Paese.

Tra Piacenza e Rimini l’impatto economico sarà più amplificato che altrove per la fortissima concentrazione dei costruttori di macchinari per il confezionamento e l’imballaggio (dalle bottiglie alle pellicole avvolgi-pallet, i settori clienti che hanno la plastica come materiale chiave del processo rappresentano oltre il 60% dei volumi).

Nella ‘Packanging valley’ emiliana operano quasi due aziende su tre di questa nicchia meccanica tricolore e garantiscono in regione quasi 20mila posti di lavoro e 5 miliardi di euro di fatturato l’anno.

Numeri che, se sommati ai 16mila addetti delle imprese di trasformazione plastica della via Emilia (che generano più di 3,1 miliardi di euro di ricavi) danno la misura della filiera che tale tassa comprometterebbe in modo diretto o indiretto.

In ballo ci sono lungo la via Emilia oltre 36mila posti di lavoro e più di 8 miliardi di giro d’affari che avrebbero vita più facile traslocando oltreconfine, dove non ci sono balzelli improvvisati per sanare i conti pubblici a compromettere l’equa concorrenza.

Senza contare tutta l’industria chimica a monte, dal polo Eni di Ravenna a quello Lyondell-Basell di Ferrara.

Se infatti i prodotti fossero solo per il mercato nazionale la plastic tax si potrebbe scaricare sul consumatore finale, ma essendo per lo più lavorati destinati all’estero l’effetto sarebbe la perdita di competitività sul mercato, spingendo le aziende a delocalizzare altrove.

Alla luce della direttiva europea che dal luglio 2021 vieta l’uso di articoli in plastica usa e getta, il settore ha già ridotto del 20% le vendite (e quindi la produzione) di questi articoli ancor prima che la normativa entri in vigore.

Il settore sta dunque già pagando ampiamente andrebbe piuttosto aiutato e sostenuto nella riconversione.

In questo momento proporre un balzello che di fatto porterebbe ad un raddoppio abbondante (+110%) dei costi reali per le aziende italiane del settore, e dovranno anticipare trimestralmente la tassa di 1 euro al kg, rischia di diventare devastante.

E’ quanto puntualmente segnalano anche da Confindustria e unitariamente anche dalle principali associazioni sindacali del settore.

l’unica alternativa sarebbe dunque delocalizzare gli stabilimenti in stati che non prevedono tale ulteriore ‘gabella’, e dove inoltre l’energia si paga già molto meno;

Gli addetti del settore, inoltre, puntano il dito anche sulla campagna mediatica ingiustamente scatenatasi sui prodotti di materie plastiche, poiché per lavorare su un’economia circolare, per la salvaguardia dell’ambiente e per prodotti biodegradabili occorre fare ricerca con nuovi costi in aziende che devono quindi ovviamente poter lavorare ed investire in tali obbiettivi.

La plastica oggi, peraltro, si fa con pochissima materia prima, energia elettrica e consumo di suolo e con il più contenuto consumo di Co2, quindi da questi punti di vista è la materia più ecologica, il problema semmai è il recupero e l’educazione al recupero.

Un sacchetto di carta richiede il 50% in più di acqua, con la carta al posto della plastica occorrerebbero altre tre foreste amazzoniche.

Inoltre, gli imballaggi alimentari in plastica, che rappresentano solo il 2,5% dei rifiuti totali, garantiscono una conservazione dei prodotti senza paragone, quindi con una riduzione senza eguali negli sprechi alimentari, dove maggiori sprechi si traducono in maggiore produzione e di conseguenza maggiori consumi ambientali.

L’applicazione della plastic tax quindi porterebbe solo ad una pesante ricaduta sui lavoratori del settore e nessun beneficio all’ambiente, imparando dagli altri Paesi europei che quando si tratta di cercare mitigazioni ambientali non lo fanno certamente a scapito delle proprie economie.

Il presidente Bonaccini ha annunciato il suo piano anti-plastica, con un impegno di 2 milioni di euro e una serie di iniziative per ridurre l’uso e riconvertire il settore, ma per riconvertire il settore occorre prima salvarlo.

La Plastic tax deve essere dunque cancellata, non ridotta o modificata come pare sia il compromesso a cui si vorrebbe arrivare in un sodalizio come quello tra il PD e i 5 Stelle che più resta al Governo, contro l’evidente volontà popolare manifestatasi in ogni passata occasione di voto democratico, più danni rischia di fare al paese intero, ambiente compreso.

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