Il consigliere regionale presenta un accesso agli atti sui dati del Difensore civico: «171 istanze al 31 luglio contro 168 nell’intero 2025. E nella quasi totalità dei casi le amministrazioni poi si adeguano. Voglio sapere dove e perché il diritto di accesso si inceppa»
«Centosettantuno istanze di riesame nei primi sette mesi del 2026, contro le 168 pervenute nell’intero 2025. È un dato che merita attenzione perché dietro quei numeri ci sono cittadini e amministratori che, per ottenere l’accesso a documenti e informazioni della pubblica amministrazione, hanno ritenuto necessario rivolgersi al Difensore civico regionale».
Lo dichiara Giancarlo Tagliaferri, consigliere regionale di Fratelli d’Italia, annunciando una richiesta di accesso agli atti dopo i dati diffusi sul forte incremento dell’attività del Difensore civico dell’Emilia-Romagna.
Al 31 luglio risultano infatti 171 istanze complessive: 118 relative all’accesso documentale, 37 all’accesso civico e civico generalizzato e 16 riguardanti l’accesso dei consiglieri comunali.
«C’è poi un dato ancora più interessante – sottolinea Tagliaferri –: le istanze in materia di accesso civico sono già 37, contro le 27 dell’intero 2025, con una crescita prossima al 40 per cento. Ma soprattutto viene riferito che nella quasi totalità dei casi le amministrazioni si sono conformate alla decisione del Difensore civico. Ed è proprio qui che nasce la domanda politica».
Per Tagliaferri, infatti, l’aumento delle richieste di riesame non deve essere utilizzato per formulare accuse generalizzate nei confronti delle pubbliche amministrazioni, ma impone un approfondimento.
«Se dopo l’intervento del Difensore civico l’amministrazione nella quasi totalità dei casi si conforma, è legittimo chiedersi perché sia stato necessario arrivare fino al riesame. Quanti casi nascono da un diniego? Quanti dal silenzio? Quali sono le motivazioni più frequenti? Quali enti sono maggiormente interessati? E soprattutto: siamo davanti semplicemente a una maggiore conoscenza degli strumenti a disposizione dei cittadini oppure esistono criticità nell’applicazione concreta del diritto di accesso?».
Per questo Tagliaferri ha predisposto una richiesta di accesso agli atti ai sensi dell’articolo 30 dello Statuto regionale e dell’articolo 119 del Regolamento dell’Assemblea legislativa, lo stesso strumento istituzionale previsto per l’acquisizione di atti, documenti e dati nell’esercizio del mandato consiliare.
La richiesta punta a ricostruire l’andamento delle istanze negli anni 2024, 2025 e 2026, distinguendo accesso documentale, accesso civico, FOIA e richieste dei consiglieri comunali.
Tagliaferri chiede inoltre di conoscere gli esiti dei riesami, quanti siano stati accolti o parzialmente accolti, quanti respinti o archiviati e, soprattutto, in quanti casi le amministrazioni si siano successivamente conformate.
«Non mi interessa fermarmi al numero 171. Voglio capire cosa c’è dietro quel numero».
L’accesso agli atti chiede quindi di distinguere le istanze originate da diniego espresso, accoglimento parziale, differimento, silenzio o mancata risposta, oltre alle motivazioni ricorrenti e ai tempi medi di definizione.
Particolare attenzione sarà dedicata anche alla provenienza territoriale delle richieste.
«Ho chiesto la distribuzione provinciale e uno specifico approfondimento sulla provincia di Piacenza, oltre alla suddivisione per tipologia di amministrazione: Regione, enti regionali, Aziende sanitarie, Province, Città metropolitana, Comuni, Unioni e partecipate. Se esistono criticità ricorrenti, dobbiamo poterle individuare attraverso dati oggettivi».
Per Tagliaferri il tema riguarda direttamente la qualità del rapporto tra cittadino e pubblica amministrazione.
«L’accesso agli atti non è una concessione che l’amministrazione fa quando ne ha voglia. È uno degli strumenti attraverso i quali si realizza concretamente la trasparenza amministrativa, naturalmente nel rispetto dei limiti e delle tutele previste dalla legge».
La conclusione è netta:
«Il Difensore civico svolge una funzione preziosa proprio perché offre uno strumento di tutela quando nasce una controversia sull’accesso. Ma se il ricorso a quello strumento cresce in maniera così evidente, dobbiamo interrogarci anche su ciò che accade prima».
«Aspettiamo quindi i numeri. Perché prima di limitarci a constatare quanto funzioni il rimedio, vorrei capire perché nel 2026 c’è sempre più bisogno di utilizzarlo. La trasparenza dovrebbe aprire le porte della pubblica amministrazione, non costringere cittadini e amministratori a cercarne ogni volta la chiave».
