Biologico, Tagliaferri (FdI): «Non basta certificare gli ettari: torniamo a dare valore ai prodotti. Una filiera Bio per la collina e la montagna piacentina»

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Il consigliere regionale presenta una seconda interrogazione: «Gli aiuti sono indispensabili, ma non possono sostituire il reddito prodotto dall’azienda. Aggregare produttori, trasformazione e commercializzazione e costruire un’identità territoriale del nostro biologico».

«Il biologico può rappresentare una grande opportunità per la collina e la montagna piacentina, ma dobbiamo avere il coraggio di porci una domanda: vogliamo limitarci a sostenere ettari coltivati secondo il metodo biologico oppure vogliamo costruire un’agricoltura biologica capace di produrre, creare reddito e mantenere vivo il territorio?»
A porre la questione è Giancarlo Tagliaferri, consigliere regionale di Fratelli d’Italia, che dopo l’interrogazione dedicata all’aumento delle importazioni biologiche extra UE porta all’attenzione della Giunta un secondo tema: il modello economico sul quale costruire il futuro del biologico emiliano-romagnolo, con particolare attenzione alle aree collinari e montane della provincia di Piacenza.
«Gli strumenti agroambientali, i sostegni della PAC e le indennità destinate alle aree più difficili sono fondamentali e nessuno pensa di metterli in discussione. Il problema nasce quando il contributo rischia di diventare più importante del prodotto. Un’azienda agricola deve essere aiutata anche a vivere di ciò che produce, non essere costretta a cercare continuamente nuove superfici soltanto per mantenere un equilibrio economico attraverso gli aiuti.»
Per Tagliaferri la questione riguarda direttamente anche la manutenzione del territorio.
«Dove esiste un’agricoltura produttiva esiste un territorio curato. Ci sono persone che lavorano i terreni, effettuano le rotazioni, mantengono prati e pascoli, allevano animali e presidiano zone nelle quali l’abbandono rappresenta uno dei principali problemi. Per questo ambiente e produttività non devono essere considerati avversari: un’agricoltura economicamente viva è uno degli strumenti attraverso i quali possiamo mantenere viva la montagna.»
Da qui la proposta di lavorare alla costruzione di una vera filiera biologica territoriale.
«Abbiamo produttori, allevamenti, cereali, foraggi, carne, latte e professionalità. Quello che troppo spesso manca è la capacità di mettere insieme questi elementi. Serve meno frammentazione e maggiore collaborazione tra produttori, trasformatori e commercializzazione. Il prodotto biologico deve avere una propria carta d’identità: il consumatore deve poter comprendere non soltanto che è biologico, ma dove è stato prodotto, da quale territorio proviene e quale filiera c’è dietro.»
L’interrogazione chiede quindi alla Regione di verificare quanto delle risorse destinate al biologico sia rivolto al sostegno delle superfici e quanto invece venga utilizzato per investimenti, trasformazione, commercializzazione, aggregazione delle imprese e progetti di filiera.
Tagliaferri chiede inoltre alla Giunta di valutare la possibilità di avviare proprio nel Piacentino un progetto dedicato alle aree collinari e montane.
«Piacenza conta 653 operatori biologici. Partiamo da loro, dalle organizzazioni agricole, dai trasformatori e dalle competenze che già esistono sul territorio e proviamo a costruire un progetto serio. Una Filiera Bio della collina e della montagna piacentina, capace di aggregare produzioni e imprese e di portare sul mercato prodotti riconoscibili per origine, qualità e territorio.»
«Non propongo l’ennesimo marchio da mettere su un’etichetta – precisa Tagliaferri – perché un marchio senza prodotto, organizzazione e mercato rischia di rimanere soltanto un simbolo. Prima costruiamo la filiera, le quantità, la qualità, la trasformazione e gli sbocchi commerciali. Poi diamole un’identità forte e riconoscibile.»
La conclusione è netta:
«Il biologico non può diventare un’agricoltura nella quale contiamo perfettamente gli ettari e alla fine scopriamo di avere sempre meno prodotto. Gli aiuti devono accompagnare l’impresa, non sostituire l’impresa. Se vogliamo davvero difendere collina e montagna dobbiamo tornare a mettere al centro chi produce, il valore di ciò che produce e la capacità di venderlo. Su questo credo che Piacenza possa diventare un laboratorio regionale.»