DA PIACENZA L’EMILIA-ROMAGNA SI VEDE BENISSIMO

Categorie: Comunicati ai media, In evidenza, La mia attività in regione
Lettera aperta del Consigliere regionale di Fratelli d’Italia Giancarlo Tagliaferri al Presidente della Regione Emilia-Romagna Michele de Pascale
Piacenza, 15 agosto 2026
Gentile Presidente,
Ferragosto ha una caratteristica che nessun altro giorno dell’anno possiede: riesce a dare a tutti l’impressione che, almeno per qualche ora, il tempo possa rallentare. Le città si svuotano, gli impegni si diradano, le famiglie cercano qualche momento di serenità e perfino la politica sembra concedersi una pausa, quasi che i problemi possano aspettare il ritorno alla normalità. È un’impressione comprensibile, ma destinata a durare poco, perché chi ha responsabilità istituzionali sa bene che esistono questioni che non conoscono il calendario e che, proprio quando tutto sembra fermarsi, ricordano quanto sia importante riflettere sul lavoro svolto e, soprattutto, su quello che resta ancora da fare.
È anche per questo che, per il quinto anno consecutivo, ho deciso di scriverLe. Le prime tre lettere erano rivolte al Presidente Stefano Bonaccini; questa è la seconda che indirizzo a Lei. Non considero questo appuntamento una semplice tradizione estiva e neppure un esercizio polemico, piuttosto un’occasione per fermarmi, rileggere un anno di attività istituzionale e chiedermi, con la serenità che Ferragosto dovrebbe aiutare a ritrovare, se l’Emilia-Romagna che avevamo immaginato dodici mesi fa sia davvero diventata una Regione migliore.
Per farlo non ho aperto i giornali e non ho riletto i comunicati stampa. Ho preferito riaprire il cassetto della mia scrivania dove, prima della pausa estiva, avevo riposto interrogazioni, accessi agli atti e gli appunti raccolti durante mesi di incontri con amministratori locali, imprenditori, agricoltori, operatori sanitari, rappresentanti delle categorie economiche e semplici cittadini. Pensavo di ritrovare una serie di vicende scollegate tra loro. Mi sono accorto, invece, che quei fascicoli, pur affrontando temi molto diversi, raccontavano tutti la stessa storia: quella di una Regione che continua ad avere straordinarie energie, competenze e professionalità, ma che troppo spesso trasforma gli annunci in percorsi e molto più raramente quei percorsi in risultati percepibili dai cittadini.
Forse questa impressione dipende anche dal punto di osservazione dal quale guardo ogni giorno l’Emilia-Romagna. Sono stato eletto nella provincia di Piacenza e continuo a pensare che proprio Piacenza rappresenti una straordinaria sintesi delle sfide che attendono l’intera Regione. Qui convivono una sanità chiamata a riconquistare pienamente la fiducia dei cittadini, una delle filiere agroalimentari più importanti del Paese, un territorio fragile che richiede manutenzione costante, vallate che combattono ogni giorno contro lo spopolamento, infrastrutture strategiche che collegano regioni diverse e una posizione geografica che rende evidente quanto sia decisiva la capacità delle istituzioni di dialogare e collaborare senza trasformare ogni confronto in una contrapposizione permanente.
Rileggendo la lettera che Le scrissi lo scorso Ferragosto, mi sono posto una domanda molto semplice non limitandomi allo sterile gioco se allora avessi avuto ragione o torto, perché sarà sempre il tempo a dare le risposte più corrette. Mi sono chiesto, piuttosto, quanti di quei problemi potessero finalmente considerarsi superati. Avrei voluto trovare molti più fascicoli da archiviare. Invece mi sono accorto che, nella maggior parte dei casi, erano ancora aperti. Non significa che nulla sia stato fatto, sarebbe una valutazione ingenerosa e non corrisponderebbe alla realtà. Significa, però, che in troppi ambiti il divario tra gli obiettivi annunciati e la percezione dei cittadini continua ad essere evidente. È una distanza che dovrebbe interrogare tutti, maggioranza e opposizione, perché la credibilità delle istituzioni non si misura dalla quantità delle dichiarazioni, ma dalla capacità di incidere concretamente sulla vita delle persone.
Gli emiliano-romagnoli hanno sempre avuto un approccio estremamente concreto. Ascoltano, osservano, confrontano e, alla fine, si pongono una sola domanda: rispetto a un anno fa, le cose sono davvero migliorate? È una domanda che non appartiene né alla destra né alla sinistra. Appartiene al buon senso di una terra che ha costruito la propria storia sul lavoro, sull’impresa, sul volontariato e sulla capacità di affrontare i problemi senza aspettare che siano sempre altri a risolverli.
È con questo spirito che desidero condividere alcune riflessioni sull’anno che ci lasciamo alle spalle. Non per alimentare una polemica di Ferragosto, ma perché continuo a credere che il confronto serio tra maggioranza e opposizione rappresenti uno degli strumenti più utili per migliorare l’Emilia-Romagna. E se ho scelto di partire da Piacenza non è per rivendicare una centralità territoriale, ma perché sono convinto che osservando ciò che è accaduto nella provincia che rappresento si possano leggere con particolare chiarezza molte delle sfide che attendono l’intera Regione.
Da qui nasce la riflessione che desidero affidarLe.
La prima riflessione riguarda inevitabilmente la sanità, perché è sul diritto alla salute che i cittadini misurano, prima ancora dei bilanci e delle statistiche, la credibilità di una Regione. Sarebbe ingiusto non riconoscere il valore delle migliaia di professionisti che ogni giorno lavorano negli ospedali, nelle Case della Comunità e nei servizi territoriali, spesso andando ben oltre ciò che sarebbe lecito pretendere. È proprio per rispetto nei loro confronti, però, che ritengo non si possa far finta di nulla quando emergono vicende che mettono in discussione l’organizzazione del sistema e la capacità delle istituzioni di prevenire situazioni che nessuno avrebbe mai voluto vedere. Piacenza, da questo punto di vista, non è stata soltanto teatro di una dolorosa vicenda giudiziaria: è diventata il luogo nel quale è emersa una domanda che riguarda l’intera sanità regionale. Quando un sistema considerato un’eccellenza mostra criticità così profonde, la risposta non può limitarsi alle rassicurazioni; servono trasparenza, controlli e la capacità di intervenire prima che i problemi diventino emergenze.
Lo stesso vale per il dissesto idrogeologico, un tema che dovrebbe riuscire a superare qualsiasi appartenenza politica. Chi vive nelle vallate piacentine sa bene che una frana non distingue tra maggioranza e opposizione e che un’esondazione non si ferma davanti ai confini amministrativi. Continuare a rincorrere l’emergenza significa rinviare ancora una volta quella prevenzione della quale tutti parlano e che troppo spesso resta confinata nei documenti di programmazione. Le risorse oggi disponibili rappresentano un’opportunità importante; ciò che farà davvero la differenza sarà la capacità di trasformarle rapidamente in opere concluse, territori più sicuri e comunità meno esposte ai rischi.
Scendendo dalle vallate verso la pianura cambiano i paesaggi, ma non il bisogno di risposte. L’agricoltura continua a rappresentare uno dei motori economici dell’Emilia-Romagna e proprio Piacenza esprime alcune delle produzioni più importanti del nostro Paese. La peste suina africana ha dimostrato quanto sia fragile l’equilibrio tra tutela sanitaria, attività produttive e gestione della fauna selvatica. Gli allevatori non chiedono privilegi; chiedono semplicemente che i tempi delle istituzioni siano compatibili con quelli delle imprese. E il contenimento dei cinghiali non è più un tema rinviabile: riguarda la sicurezza stradale, la tutela delle produzioni agricole e la difesa di un comparto strategico per tutta la nostra Regione. In questo ambito il Governo nazionale ha messo a disposizione strumenti importanti; il compito della Regione dovrebbe essere quello di utilizzarli pienamente, collaborando lealmente nell’interesse del territorio.
Ed è parlando di agricoltura che il pensiero torna inevitabilmente al Brugneto. C’è chi continua a considerarlo un tema esclusivamente piacentino; io continuo a ritenerlo una questione regionale. L’acqua sarà una delle grandi sfide dei prossimi decenni e affrontarla soltanto quando arriva la siccità significa arrivare sempre in ritardo. Difendere il diritto all’approvvigionamento idrico della Val Trebbia, delle imprese agricole e delle comunità locali non significa aprire un conflitto con altri territori; significa ricordare che rappresentare una comunità vuol dire tutelarne gli interessi con equilibrio, ma anche con determinazione.
La stessa concretezza dovrebbe accompagnare le politiche per le aree interne. Da anni ascoltiamo analisi condivisibili sullo spopolamento dell’Appennino e sulla necessità di mantenere vivi i piccoli Comuni. Sono obiettivi che nessuno mette in discussione. Ma gli obiettivi, da soli, non bastano a convincere una famiglia a restare, un giovane a investire o un’impresa a continuare la propria attività. Servono collegamenti efficienti, servizi accessibili, scuole, sanità e infrastrutture adeguate. Ogni collegamento ferroviario ridotto, ogni servizio che arretra, ogni occasione perduta contribuisce ad alimentare la convinzione che vivere nelle aree interne significhi dover rinunciare, poco alla volta, alle stesse opportunità offerte ai grandi centri. È una convinzione che una Regione come l’Emilia-Romagna non può permettersi di lasciare crescere.
Rileggendo tutte queste vicende mi ha colpito una curiosa costante. Cambiavano i problemi, cambiavano i territori, cambiavano perfino gli interlocutori. Molto più raramente cambiava il punto di arrivo del ragionamento, perché, in un modo o nell’altro, le responsabilità sembravano sempre collocarsi altrove. È possibile che, qualche volta, sia davvero così. Ma quando diventa un’abitudine, il rischio è che le spiegazioni finiscano per occupare lo spazio che dovrebbe essere riservato alle soluzioni. Gli emiliano-romagnoli non chiedono alle istituzioni di essere infallibili; chiedono che ciascuno si assuma fino in fondo la responsabilità delle proprie competenze e sappia collaborare con gli altri livelli istituzionali quando questo è utile ai cittadini, senza trasformare ogni confronto con il Governo nazionale in un’occasione di contrapposizione politica.
Da consigliere regionale di Fratelli d’Italia continuerò a fare ciò che gli elettori mi hanno affidato: studiare gli atti, ascoltare il territorio, avanzare proposte ed esercitare con rigore il controllo sull’operato della Giunta, riconoscendo senza difficoltà ciò che riterrò utile per l’Emilia-Romagna. È il modo nel quale ho sempre interpretato il ruolo dell’opposizione e continuerò a farlo anche nei prossimi mesi.
Tra poche settimane riprenderà un nuovo anno politico e, poco alla volta, inizierà anche una stagione amministrativa importante per numerose comunità dell’Emilia-Romagna. Sarà allora che conferenze stampa, slogan e dichiarazioni lasceranno inevitabilmente spazio al giudizio dei cittadini. Ed è giusto che sia così, perché la fiducia non si conquista con le parole, ma con i risultati.
Le rivolgo quindi sinceramente gli auguri di un sereno Ferragosto.
Mi permetta soltanto un’ultima riflessione.
L’anno scorso speravo di poter archiviare molti dei fascicoli che avevo lasciato sulla mia scrivania. Quest’anno li ho ritrovati, purtroppo, quasi tutti nello stesso posto. Confido che il prossimo Ferragosto lo scenario possa essere diverso.
Perché, vede, Presidente, i fascicoli si possono sempre spostare da un cassetto all’altro. I problemi, invece, restano dove sono finché qualcuno non decide davvero di risolverli. E gli emiliano-romagnoli, fortunatamente, questa differenza continuano a vederla benissimo.
Con i migliori auguri di buon Ferragosto.
Giancarlo Tagliaferri
Consigliere Fratelli d’Italia
Assemblea legislativa Regione Emilia-Romagna