«Basta utilizzare la scienza come arma ideologica contro i cacciatori. Le Regioni decidano sulla base dei dati assumendosi la responsabilità delle proprie scelte. La sentenza conferma quanto sia necessario aggiornare la legge 157/1992»
«Il pronunciamento del Consiglio di Stato sul calendario venatorio 2025/2026 della Regione Marche mette finalmente un punto fermo su una questione che per troppo tempo è stata utilizzata strumentalmente contro il mondo venatorio: il parere ISPRA rappresenta un contributo tecnico-scientifico autorevole e necessario, ma non può essere trasformato, per ragioni ideologiche, in un diritto di veto sulle scelte delle Regioni. Nei casi previsti dalla legge, una Regione può discostarsene quando dispone di solide motivazioni tecnico-scientifiche e di un’istruttoria adeguata».
Lo affermano Giancarlo Tagliaferri, consigliere di Fratelli d’Italia nell’Assemblea legislativa dell’Emilia-Romagna, e Giampaolo Maloberti, consigliere comunale di Rivergaro (PC) ed esponente di Fratelli d’Italia, commentando il recente pronunciamento del Consiglio di Stato relativo al calendario venatorio marchigiano. La decisione ha riconosciuto la possibilità per le Regioni, nell’ambito della disciplina dei calendari venatori, di discostarsi dal parere ISPRA quando la scelta sia adeguatamente motivata e sostenuta da elementi tecnico-scientifici idonei.
«È un pronunciamento importante perché rimette ogni soggetto al proprio posto. ISPRA svolge una funzione tecnico-scientifica fondamentale e deve essere ascoltata. Ma ascoltare non significa necessariamente recepire integralmente ogni sua indicazione. Quando la normativa riconosce alle Regioni un margine decisionale, queste possono assumere una scelta differente, purché abbiano il coraggio e la responsabilità di sostenerla con dati scientifici, un’istruttoria seria e una motivazione adeguata».
Secondo Tagliaferri e Maloberti, il punto è anche politico.
«Per anni abbiamo assistito al tentativo di trasformare ogni indicazione ISPRA in una sorta di verità amministrativa intangibile: chiunque proponesse una scelta diversa veniva immediatamente accusato di voler sacrificare la tutela della fauna agli interessi dei cacciatori. Questa rappresentazione mostra ancora una volta tutta la propria debolezza. La scienza non appartiene a una sigla e non può essere utilizzata selettivamente per sostenere una battaglia ideologica contro la caccia».
La decisione del Consiglio di Stato, sottolineano i due esponenti di Fratelli d’Italia, non autorizza affatto decisioni arbitrarie.
«Dire che un parere non costituisce un vincolo assoluto non significa che una Regione possa decidere ciò che vuole. Significa esattamente il contrario: se decide di discostarsene deve essere in grado di spiegare perché, attraverso elementi tecnico-scientifici altrettanto seri. Autonomia significa responsabilità, non arbitrio».
Per Tagliaferri e Maloberti occorre però superare anche una rappresentazione del mondo venatorio che considerano ormai anacronistica.
«Va respinta una volta per tutte l’immagine del cacciatore come problema da contenere. I cacciatori sono parte della gestione faunistica e del presidio del territorio, conoscono le aree nelle quali operano e, quando vengono coinvolti all’interno di regole e programmi scientificamente fondati, rappresentano una risorsa. Continuare a dipingerli come nemici dell’ambiente significa rimanere prigionieri di una contrapposizione ideologica che non aiuta né la fauna né il territorio».
Ed è proprio il cambiamento intervenuto nella gestione della fauna selvatica a rendere, secondo Tagliaferri e Maloberti, necessario intervenire sulla legge nazionale.
«La legge 157 è del 1992. Sono trascorsi oltre trent’anni e nel frattempo sono cambiati il territorio, l’agricoltura, le popolazioni faunistiche, la presenza degli ungulati e le stesse esigenze di gestione. Difendere quella legge come se l’Italia fosse rimasta ferma al 1992 non significa tutelare l’ambiente: significa rifiutarsi di governare ciò che nel frattempo è cambiato».
Da qui il sostegno al percorso di aggiornamento della legge 157/1992 promosso dal ministro dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida.
«La riforma non nasce per cancellare le tutele ambientali, come qualcuno continua strumentalmente a sostenere, ma per adeguare gli strumenti di gestione a una realtà profondamente diversa da quella di trent’anni fa. Conservazione delle specie, tutela dell’agricoltura, equilibrio faunistico e attività venatoria esercitata nel rispetto delle regole non sono obiettivi incompatibili».
Tagliaferri e Maloberti richiamano quindi direttamente anche l’Emilia-Romagna.
«Il principio vale anche per la nostra Regione: ogni scelta deve essere fondata su un’istruttoria seria. Ma quando esistono dati territoriali e tecnico-scientifici solidi che consentono, nei limiti della normativa, una decisione diversa da quella prospettata da ISPRA, la Regione non può nascondersi dietro un parere. Deve valutare, motivare e assumersi la responsabilità di decidere».
«La sentenza del Consiglio di Stato – concludono Tagliaferri e Maloberti – dovrebbe contribuire a chiudere almeno una stagione di equivoci: ISPRA fornisce il proprio contributo scientifico, le Regioni devono ascoltarlo e valutarlo, ma la responsabilità della decisione, quando la legge gliela attribuisce, resta alle Regioni. E se esistono dati scientifici seri per assumere una scelta differente, quella scelta deve poter essere adottata e motivata senza sottoporre ogni volta il mondo venatorio al processo politico di chi considera la caccia sbagliata per principio».
«Noi stiamo dalla parte di una gestione faunistica fondata sulla scienza, sull’equilibrio e sulla realtà dei territori. E stiamo anche dalla parte delle migliaia di cacciatori che rispettano le regole e che non accettano più di essere descritti come nemici dell’ambiente solo perché qualcuno ha deciso ideologicamente che debbano esserlo. Ambiente, agricoltura e attività venatoria possono convivere. Il compito della politica è governare questo equilibrio, non alimentare contrapposizioni».
